Saudi Aramco sbarca in Borsa: vale quanto il Pil italiano
17 dicembre 2019

Era lo sbarco in Borsa più atteso di sempre e Aramco non ha deluso le aspettative. Anzi. L’11 dicembre nel primo giorno di contrattazioni sul listino «Tadawul» di Riad il gigante petrolifero dell’Arabia Saudita ha sorpreso tutti: i titoli hanno subito toccato quota 35,2 rial contro i 32 del collocamento e il mercato ha dato alla compagnia il valore di 1.808 miliardi di dollari, praticamente doppiando il cosiddetto «club dei 1.000 miliardi», di cui fanno parte Apple (1.200 miliardi di dollari) e Microsoft (1.140). Da sola vale più dei cinque big petroliferi (Exxon, Total, Royal Dutch Shell, Chevron e Bp) messi insieme. L’Eni capitalizza circa 50 miliardi di euro. E nel secondo giorno di scambi Aramco ha raggiunto una capitalizzazione di duemila miliardi di dollari. Vale quanto l’intero Pil italiano. È stata davvero la Ipo del secolo.
Quello di portare in Borsa Saudi Aramco è un progetto lanciato circa tre anni fa da Mohammed bin Salman nell’ambito della «Vision 2030», la strategia del governo che mira a diversificare l’economia e a rendere l’Arabia Saudita meno dipendente dal petrolio e sempre più orientata verso l’alta tecnologia e i servizi. Fino all’11 dicembre 2019 Aramco è stata di fatto la più grande società al mondo non quotata in Borsa. Con la quotazione, il principe Mohammed bin Salman ha vinto la sua scommessa, visto che il prezzo dell’Ipo si è fissato sulla parte alta della forchetta di oscillazione. La vendita di tre miliardi di titoli, pari all’1,5% del capitale, a 32 riyal per azione (circa 8,53 dollari) ha permesso ad Aramco di raccogliere la cifra record di 25,6 miliardi di dollari. Oltre l’80% delle azioni collocate in fase di sottoscrizione iniziale è andato in mano a investitori sauditi.
Saudi Aramco è nata nel 1933 grazie a un accordo raggiunto tra il governo saudita e la Standard Oil Company californiana. Il nome deriva, infatti, dalla contrazione di Arabian American (Oil) Company. L’accordo prevedeva che la nuova società avrebbe dovuto analizzare e trivellare diverse zone del territorio saudita in cerca di petrolio. Nel 1973 il governo saudita acquista il 25% di Aramco, per aumentare la partecipazione al 60% nel 1974 e prenderne infine il pieno controllo nel 1980. Nel 1983, viene nominato il primo presidente saudita della compagnia, Ali bin Ibrahim Al-Naimi. Nel 1988, la compagnia cambia il nome da Arabian American Oil Company in Saudi Arabian Oil Company (o Saudi Aramco). Nell’aprile 2018 il principe ereditario Mohammad bin Salman nomina nel board della compagnia una manager di grande esperienza, l’americana Lynn Laverty Elsenhans, da vent’anni ai vertici dell’industria dell’oil. Nata nel più petrolifero degli Stati americani, il Texas, laurea in matematica alla Rice University, master in Business Administration ad Harvard, prima di arrivare a Riad Lynn Laverty Elsenhans è stata per oltre 20 anni alla Royal Dutch Shell, chiudendo la carriera come vice-presidente esecutivo. È la prima donna in assoluto a sedere nel board di undici persone di Aramco. È affiancata da altri due americani: Peter Cella, ex Ceo della Chevron Philips Chemicals, e Andrew Liveris, ex Ceo della Dow Chemical Company. L’obiettivo, raggiunto, era quello di portare il colosso petrolifero verso gli standard di mercato occidentali in vista della quotazione.
L’anno scorso, Aramco ha generato più ricavi di Microsoft, Amazon e Apple messi insieme, e le sue comprovate riserve di petrolio (226,8 miliardi di barili) sono dieci volte di più di quelle di ExxonMobil. Con un costo al barile di 2,80 dollari, Aramco produce petrolio più efficientemente di qualsiasi altra compagnia petrolifera al mondo e rispetto alle società nazionali di Russia, Venezuela e Nigeria. Il gruppo saudita estrae in 136 giacimenti che grazie alle loro caratteristiche geologiche permettono di avere costi di produzione tra i più bassi al mondo. Inoltre, il lavoro di estrazione è realizzato evitando di esaurire i pozzi, tanto che la vita media delle riserve è di circa 52 anni rispetto ai 9-17 anni di quelle dei concorrenti.
I sauditi, spinti dal successo del debutto, starebbero ora pensando di quotare Aramco anche all’estero, probabilmente su una piazza asiatica, anche se nulla potrà accadere a breve, visto che Riad si è impegnata a non vendere altre azioni per dodici mesi.